(Sardegna costa sud:costruzione della raffineria Saras della famiglia Moratti anni 60)
...Quando si parla di politiche industriali, il pensiero corre inevitabilmente a impianti produttivi “tangibili”, le fabbriche, le catene di montaggio, per fare degli esempi. Il piano industriale italiano del dopoguerra, quello che generò il miracolo economico, trainando la nostra economia e lo sviluppo tecnologico dal 1950 al 1970, fu partorito dal Piano Marshall. Fu l’unico pensiero italiano di pianificazione economica e industriale che poteva servire (così è stato) al rilancio di una nazione martoriata. Quello doveva essere l’inizio, doveva essere l’ossatura forte per uno sviluppo in linea con il cambiamento dei tempi, delle tecnologie e della trasformazione sociale. Il buon senso "visionario" avrebbe dovuto governare questo sviluppo e prevederne una continua accordatura (oggi si dice fine tuned), in modo che il suono risultasse sempre perfetto. Invece? Invece le corde sono state strappate da una certa classe dirigente politica e industriale. Per intenderci, quella che ha iniziato a circolare negli anni ottanta, trascinandosi sino ai giorni nostri.
I burocrati, i manager e i politici di quegli anni (molti corrotti e disonesti in genere), hanno fatto terra bruciata di quel piano che rispondeva alle necessità oggettive di quel tempo, lasciando le nuove generazioni - dal 1990 in poi - col cerino in mano e con una bomba al fianco pronta a esplodere. Sono anni che in Italia non si programma una piano politico industriale che tenga conto delle innovazioni tecnologiche, che gioco forza hanno e stanno condizionando la società mondiale. Ormai la nostra nazione è stata privata (forse è un bene) di quell'ossatura produttiva legata esclusivamente all'industria di un certo tipo. Per intenderci: industria pesante. Mi vengono in mente le fonderie, il petrolchimico, cementifici, meccanica e produzione in genere. Si poteva costruire una fonderia vicino a grandi presenze di acqua, mari o fiumi, distruggendo tutto ciò che circondava la grande fabbrica. I cementifici erano dislocati presso i grandi centri abitati. Sono stati costruiti impianti del petrolchimico in aree pastorali, a pochi metri dal paese. Fu una grande ammucchiata che faceva bene(così si pensava) al tessuto economico nazionale. Man mano che la crisi avanzava, le "aziende madri saltavano per aria” lasciando a terra eserciti di operai, manager e altre figure professionali che provvedevano a riorganizzarsi in piccoli gruppi alimentando quello che poi sarebbe diventata realtà chiamata "piccola impresa". Ma i cambiamenti e le metamorfosi non sono finiti. Le tecnologie avanzano a ritmo incalzante senza fare prigionieri, travolgendo anche le PMI, polverizzando ancora, creando quella che oggi chiamiamo “micro-impresa”, composta da due/tre individui con competenze altissime e una fame senza limiti. Insomma, chi si ferma è perduto. Per tornare alle politiche industriali (di tipo destrutturata) m’immagino delle grandi aree nazionali a ispirazione prevalentemente: agricola – il 36,8% sono gestite da giovani – tecnologica e turistica. Credo siano questi i macro temi su cui basare un progetto di sviluppo a lungo termine, che tenga conto della inclinazione primaria del territorio. Se vivi nei territori interni, ti metterò in condizioni di essere un grande allevatore/agricoltore che usa tecnologie moderne e sofisticate per svolgere il tuo lavoro. Se invece vivi lungo le coste avrai leggi che permetteranno l’incentivazione per un turismo eco-sostenibile. Naturalmente, nulla impedisce a chi vive in territori interni, di fondare società tecno o altre specializzazioni, ma saranno scelte individuali cui non si potrà aspirare a politiche industriali verticali, dedicate a quella tipologia di territorio. Ma, allora vuoi fare una politica di lavoro classista? No! Vorrei che ci si riappropriasse di quel senso d’appartenenza che oggi non esiste più, che tornasse quella dignità lavorativa che è scomparsa. Oggi col supporto dell’innovazione cadono i muri delle classi lavorative, è possibile competere col mondo… anzi si è obbligati. La disintermediazione che la tecnologia offre, permette di gestire il mercato che impone le sue regole facendo saltare i cardini dei luoghi. Oggi non basta più avere un’idea per competere col mercato reso globale da quell'idea stessa, ma è indispensabile avere capacità manageriali, tenacia e una forte dose di umiltà.

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