... Dal mio appartamento al settantaquattresimo piano di questo grattacielo coperto di lastre di vetro in cui le nuvole si specchiano e ci si appoggiano, guardo giù il via vai del porto. Grandi navi attraccano e piccole barche mollano gli ormeggi per prendere il largo. Più in là, gru gigantesche prelevano dalla pancia dei cargo, container di vari colori che arrivano da terre lontane. Gli uomini sembrano formiche nevrotiche, pare si muovano senza uno schema, ma non è cosi. Questa megalopoli non si ferma mai, pulsa come il sangue alle tempie, come nel cortile della vecchia casa colonica in cui la mia famiglia viveva assieme ad altre. Anche lì, la vita andava e veniva come voleva. Sembrava regnasse l’anarchia, invece c’erano regole non scritte ispirate alla convivenza. La casa era fatta di mattoni di fango impastato con la paglia (ladiri), ed era alla periferia del paese. Ci si arrivava percorrendo una strada leggermente in salita e in terra battuta bianca. Quella era l’unica via per arrivarci e per andarsene. Quella strada vedeva chi nasceva e chi moriva. Poco distante c’era una collina che in primavera veniva ricoperta dall'erba verde e grassa. D’estate, quell'erba diventava gialla, un giallo abbagliante. Da lassù, si vedevano le onde del mare spumose e azzurre come gli occhi di Marta. Da lassù si poteva vedere la scogliera e i vecchi alberi di ginepro piegati dalla furia del vento. Le sere d’estate io e Marta andavamo sulla collina per contare gli uccelli che volavano sopra la vecchia torre. Da lì, guardavamo l’orizzonte cercando di riconoscere le luci della città sull'altra sponda del golfo. In cima a quella collina si poteva sognare. Marta era una ragazzina minuta, la sua carnagione chiara contrastava con la mia scura. Indossava spesso un vestitino leggero color rosso fragola, con fiorellini piccoli viola. Il vestito senza maniche lasciava le braccia di Marta libere di essere scaldate dal sole e di essere sfiorate dalle mie dita. Lei faceva finta di nulla però io m'accorgevo che quel gesto la turbava un po’. Nelle belle serate, andavamo a sederci sotto un grande albero d'ulivo. Vicino al tronco avevamo sistemato le nostre sedie e qualche pietra per stare più comodi. Ci si trovava sotto l’albero quando il sole iniziava a tramontare e le nuvole striate diventavano rossicce. Marta diceva che somigliavano ai fili dello zuccherofilato che si comprava alla fiera in città. Lì, sotto l’albero, aspettavamo il ritorno dai campi del signor Attilio per farci raccontare vecchie storie. Quando tornava, vedevamo arrivare il suo carro di legno trainato da due grandi buoi con la pelle color rosso mattone e con le corna lunghe. I campanacci al collo scandivano il passo ondulatorio delle bestie che avanzavano lentamente sulla strada bianca. Sul carro, in piedi, Attilio teneva con una mano le briglie e con l’altra un frustino, che però non usava mai. Serviva soltanto per guidare gli animali.
Un giorno d’estate quando il sole era ormai rosso all'orizzonte, noi eravamo sotto il vecchio e nodoso albero (almeno tre volte più vecchio di Attilio),aspettiamo il suo racconto.
… L’abbaiare dei cani in fondo alla strada, richiama la nostra attenzione. Il latrare si fa sempre più insistente. Attilio e noi usciamo dall'ombra, fermandoci in gruppo proprio al centro della strada che, nonostante il sole stia tramontando, il suo bianco è ancora accecante. Guardando bene l’orizzonte, si vede una figura a cavallo che avanza. Mano a mano che il cavaliere si avvicina, lui e il suo animale scuro diventano sempre più grandi, finché si fermano a pochi passi da noi. Nei piedi, il cavaliere porta grandi scarpe, infilate nelle staffe, i pantaloni sono di fustagno e la camicia è bianca con le maniche raccolte. Accenna un saluto e con balzo sicuro smonta da cavallo. Scarica le sue bisacce in orbace posandole a terra con cura. Con grande meraviglia vedo che quelle sacche contengono libri,dallo zaino estrae un telo di stoffa grezza che stende per terra. Si mette in ginocchio e con la massima delicatezza esplora l’interno delle borse estraendo i libri per poi posarli sopra il telo come se stesse allestendo un altare. Quando finisce ci guarda negli occhi uno per uno – i suoi sono neri come la notte – si ferma su di me dicendomi:
- Io questi li vendo, ma siccome oggi ho già guadagnato quanto mi basta, ne puoi scegliere uno, te lo regalo…
Timidamente e un po' impaurito, ne presi uno piccolo, con la copertina nera e con i bordi dei fogli rossi. Lo aprii a lessi una dedica scritta a mano:
… avere sempre il vento contro, si perdono le forze.
Quel libro raccontava di una storia d’amore, un amore bello e contrastato. Ricordo finiva più o meno cosi:
- Pensami quando non sai cosa fare, pensami se ti senti sola, pensami ogni volta che hai desiderio di un bacio, pensami quando vuoi una mano sulla spalla, pensami quando cerchi uno sguardo, pensami se cerchi una spalla su cui piangere, pensami se hai voglia di un brivido sensuale, pensami se vuoi stare in silenzio ma con qualcuno al tuo fianco, pensami quando vorrai fare l’amore, pensami semplicemente per pensarmi... io sarò lì.
Ora mi trovo qui al settantaquattresimo piano stordito da queste luci che non si fermano mai, come i pensieri che ho per te… Marta.

Mi sembra quasi di sentire il rumore dei grilli che accompagnano l'amore di Marta e del protagonista, nn amore che perdura oltre il tempo e le distanze
RispondiEliminaMeravigliosa la fine del libro regalato.......è una frase che consola e rende vicini gli amori impossibili che hanno, come tu dici:".....ad avere sempre il vento contro, si perdono le forze"
RispondiEliminaGrazie :-)
A.