
Il sole in faccia del mese di settembre non scalda molto. Il rumore ovattato del rotolamento dei pneumatici mi accompagna in questo viaggio di ritorno dall'Umbria, direzione Milano. L’asfalto asciutto scivola veloce sotto la sagoma della mia auto,il radiogiornale ha completato la play list di notizie. Dopo un breve giro di spot locali (sto costeggiando il lago Trasimeno), piano piano una canzone prende spazio nell'abitacolo della mia auto...
Donatello canta :” Io Mi Fermo Qui “. Era il 1972 avevo tredici anni. In Sardegna si sa che quando il sole picchia, scalda davvero e il caldo aiuta la miscelazione dei profumi nell'aria, così mi piace pensare. Vivevo in un piccolo paese vicino al mare, potevo andarci a piedi, in bici oppure col mio CIAO color senape. La mia famiglia numerosa (dodici elementi... una squadra di calcio) faceva parte delle normalità di quei tempi. Avevamo una casa grande e un cortile con un grande orto. La finestra della mia stanza guardava il mare, ma anche il grande impianto di raffinazione del petrolio con le sue ciminiere che vomitavano fumo nero e le fiaccole sempre accese. In quegli anni la metà della popolazione del paese era composta da gente “continentale”, venivano chiamati così quelli che arrivavano dalla penisola... appunto dal continente. Tutta quella gente veniva al nostro paese per lavorare nell'impianto di raffinazione perché erano operai specializzati: tubisti, saldatori, elettricisti e altre professionalità che mancavano. I ragazzi del mio paese non avevano nessuna specializzazione perciò erano costretti a fare semplicemente da aiutanti. Appena terminato il corso di preparazione, gli operai specializzati venivano scaraventati in questa terra (la nostra) con moglie e figli a seguito. Le loro auto si vedevano da lontano arrancare sulla salitella della via principale del paese. FIAT 1100, FIAT 500, RENAULT 4 e altri tipi di vetture tutte rigorosamente con l’imperiale o per meglio capirci: il portapacchi, zeppo di mercanzie. Valige, borsoni, scatole di cartone legate e un telo che cercava di coprire il tutto. Le ruote posteriori dell’auto abbozzavano un divaricamento tant'era il carico che dovevano sopportare. Queste piccole famiglie avevano la faccia stravolta dal viaggio. La maggior parte di loro venivano dal Veneto, dall'Emilia e dalle Marche. Auto, nave, auto. Tra loro vi erano coppie appena sposate, la loro fede nuziale brillava molto sotto i raggi del sole. Spesso capitava che mi fermassero per chiedermi informazioni su qualche affitta camere. Mi tornano alla mente le loro facce, si leggeva chiaramente la paura di trovarsi in un posto nuovo, senza punti di riferimento, un posto che non era il loro. Chissà di cosa temevano. In quel periodo, di ragazzini ne arrivarono tanti, alcuni piccolissimi altri un po’ più grandicelli, questi ultimi sarebbero diventati compagni di scuola e di giochi di molti bambini del paese (me compreso). Tra i ragazzini che arrivarono mi ricordo bene Giampaolo. Nell'abitacolo della mia auto pare che il tempo si sia frizzato a quegli anni. Infatti, la radio suona un' altra canzone di quegli anni... I Nomadi: Io Vagabondo. Mi trovo a percorre la E35 (A1) che lambisce Arezzo. Giampaolo era un ragazzino toscano, molto più alto di me e con le orecchie molto più visibili delle mie. A sventola. Era figlio di un operaio. Facemmo subito amicizia anche perché aveva una sorellina che a me piaceva. Inoltre, aveva il “fascino” della continentale. Però, non è che ci pensavo molto a sua sorella. Anche Giampaolo aveva un CIAO, bianco. Con questi mezzi scorrazzavamo (a tredici anni) per il paese, certe volte riuscivamo a "rimorchiare" le ragazzine che facevamo sedere sulla parte larga della sella, costringendo la passeggera a tenersi forte al guidatore. Soddisfazioni di un adolescente. Sto passando ora da San Giovanni Valdarno, il paese d’origine di Giampaolo. Solo adesso realizzo che la radio è spenta... forse ho solo creduto che fosse accesa.
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